Economia Circolare

Il Ce.R.T.A. mette in discussione l’efficacia della pubblicità digitale

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In Breve

Quali sono i principali dubbi sollevati dal Ce.R.T.A. sulla pubblicità digitale?
Il Ce.R.T.A. mette in discussione la precisione, la misurabilità e l'efficienza del digital advertising, evidenziando il predominio di grandi piattaforme e la difficoltà di misurare l'attenzione.
Qual è la percentuale del mercato pubblicitario digitale controllato da grandi piattaforme?
Quasi il 70% del mercato pubblicitario digitale è controllato da Alphabet, Meta e Amazon.
Cosa suggerisce il Ce.R.T.A. riguardo alla misurazione degli investimenti pubblicitari?
Il Ce.R.T.A. sottolinea la necessità di metriche terze e indipendenti per una misurazione più accurata e trasparente.

Il Ce.R.T.A. dell’Università Cattolica ha recentemente pubblicato un volume intitolato Lost in Targeting, che solleva importanti interrogativi sulla precisione, la misurabilità e l’efficienza della pubblicità digitale. Secondo lo studio, le piattaforme come Alphabet, Meta e Amazon controllano quasi il 70% del mercato pubblicitario digitale, mentre più della metà del traffico internet è generato da bot. Inoltre, il 60% di ogni euro investito nel programmatic advertising si ferma agli intermediari della filiera prima di raggiungere il consumatore finale.

La ricerca, che incrocia letteratura scientifica, documenti delle piattaforme e interviste a operatori italiani, mette sotto pressione tre pilastri fondamentali del sistema pubblicitario: brand, audience e medium. Sul fronte del brand, il rapporto evidenzia che un targeting fine può intercettare una domanda esistente, ma costruire un marchio richiede un lavoro costante su notorietà, reputazione e immaginario collettivo. Anna Sfardini, una delle autrici del volume, sintetizza questa problematica affermando che «l’algoritmo è un ottimo venditore ma un pessimo costruttore di comunità». Questo porta a un rischio di frammentazione dell’audience, che può ostacolare la creazione di un immaginario collettivo.

La televisione, in questo contesto, viene richiamata per la sua capacità di aggregare grandi pubblici. Luca Poggi sottolinea che Rai e Mediaset, durante le fasce serali, possono unire fino a 12 milioni di persone nel minuto medio. Dall’altra parte, gli inserzionisti si trovano di fronte a una sfida che include la rilevanza e l’attenzione del pubblico. Edoardo Felicori evidenzia la difficoltà di misurare l’attenzione, poiché «non si è ancora trovata nella industry una convergenza su che cos’è l’attenzione» e sottolinea l’importanza dei contesti editoriali e della brand safety.

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Il nodo della misurazione è cruciale. In Regno Unito, solo il 16% degli investimenti pubblicitari si basa attualmente su audience misurate da organismi indipendenti, rispetto all’80% di dieci anni fa. Il mercato si affida in gran parte a metriche proprietarie delle piattaforme. Massimo Scaglioni commenta che «la promessa è stata mantenuta solo in parte» e denuncia la creazione di un sistema opaco in cui chi vende pubblicità è anche chi ne misura i risultati.

In Italia, la questione coinvolge organismi come Audicom e il Joint Industry Committee, indicati come sedi per lavorare a una misurazione crossmediale in linea con la delibera Agcom. Matteo Cardani sottolinea l’importanza di avere metriche terze e indipendenti, mentre Federico Di Chio richiama l’esigenza di un metro unico e comparabile per definire il valore dei contatti crossmediali, richiamando l’immagine aristotelica della moneta come strumento di equivalenza.

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redazione

Autore di prima-ambiente.it

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